Quando conduco programmi e ritiri all’aperto, spesso invito i partecipanti a togliersi le scarpe per godere  dei benefici della camminata lenta e consapevole nella natura.

In particolare lo faccio in uno dei miei sentieri preferiti (che poi “sentiero” e “sentire” hanno la stessa radice: non è meraviglioso?) perché  corre lungo un ruscello dove il terreno è liscio e facilmente percorribile scalzi.

Quando ci vado, invito tutti a chiudere gli occhi e a rallentare il respiro.

L’invito che faccio è quello di sentire la sensazione dei nostri piedi che toccano la terra e, mentre iniziamo a camminare, propongo di rimanere intimamente connessi al nostro respiro.

Ci muoviamo in silenzio, senza  fretta,  semplicemente connessi al momento.

Puoi provarlo tu stesso, anche a casa e impiegare per questa pratica  tutto il tempo che desideri, mettendo molta attenzione nel movimento del piede che poggia a terra e in quello che si stacca da terra ma anche nell’istante in cui l’equilibrio cambia ed è  molto precario, fino a quando non si ristabilisce di nuovo.

La semplice pratica di camminare scalzi durante la pratica di meditazione camminata,  è un invito a portare la consapevolezza nell’esperienza sensoriale di contatto e connessione  che può cambiare il nostro modo di guardare alla  vita, può risvegliarci a un senso intimo molto più profondo che mal si descrive tra le righe di un post: va provato.

Si tratta di molto più che essere semplicemente scalzi.

Si tratta di aprirsi al contatto sensoriale e alla relazione con la natura, esprimendo la  volontà di sentire e  di connettersi con la grande rete della vita che ci circonda, ci penetra e ci lega tutti insieme.

Il contatto fisico con la terra attraverso i sensi è uno dei pilastri del rewilding umano cui siamo chiamati con grande urgenza in questi giorni.

Nella lettura che io ne faccio, il rewilding è un invito a stabilire buone e sane abitudini di contatto, connessione, dialogo aperto con l’ambiente anche a partire dalle scelte alimentari.

Si tratta, ad esempio, di cominciare a fare più attenzione  alla provenienza, del cibo, cercando quanto più è possibile di mangiare locale, di avere a cuore l’idea di incidere il meno possibile culla catena di distribuzione e approvvigionamento, per quello che si può e di partecipare del ciclo delle stagioni, rispettosamente.

Un pomodoro che è espressione della terra in cui vivi e della stagione in cui vivi, sarà in grado di condividere molte più cose con te di un frutto coltivato in Australia e poi importato a casa nostra.

Non sto parlando di fanatismi alimentari volti a creare rigidi schemi mentali, quanto di un invito a rinaturalizzarci anche nella dieta, a tornare a parlare la lingua della stagione, di consumi più morigerati e attenti agli sprechi, coltivando piccole quotidiane rivoluzioni interiori a partire dalle nostre abitudini,  che certamente un momento come quello che stiamo vivendo ci impone di fare, riconsiderando ciò che per noi ha valore e ciò che invece possiamo lasciare andare, perché frutto di abitudini tossiche.

L’insieme di piccole attenzioni e gesti di cura, concorre al nostro  risveglio personale e alla pratica della consapevolezza in natura, che ci collega alla nostra essenza naturale o selvaggia originale.

Basti  pensare all’ambiente medio dell’ufficio o alla catena di negozi che popolano le nostre città. L’artificiosità delle luci, delle temperature (siberiane in estate ed equatoriali in inverno) non fanno che allontanarci da un ritmo, da uno stile, da una connessione di natura che abbiamo tutti e alla quale è urgente tornare.

Le crisi sanitarie che derivano da stili di vita sedentari sono aumentate drammaticamente in tutto il mondo e queste malattie seguono da vicino la distruzione e la distruzione dei nostri climi e del pianeta.

Il rewilding offre una via d’uscita da questo insostenibile ciclo di esistenza e ci offre una varietà di modi per vivere in una relazione più stretta con la terra, che ci consente anche di vivere in una relazione più profonda con noi stessi che per me si collega a doppio filo con la forestaterapia e le pratiche di bagni di bosco.

Il camminare scalzi è nel suo piccolo una pratica che ci consente di avvicinarci al campo della vita che pulsa attraverso i piedi e che fluisce attraverso i nostri polmoni e si muove attraverso il nostro tratto digestivo. Attraverso questa pratica  stiamo comunicando con un modello più ampio di chi e cosa siamo.

In questo senso, il rewilding è anche un viaggio di autorealizzazione che ci conduce nella natura, sia nel  mondo naturale che troviamo in noi stessi, nella meditazione profonda, sia nel mondo naturale che troviamo nelle foreste, negli oceani, nei campi e nelle montagne di questa terra viva.

In entrambi i casi, è un viaggio alla scoperta di sé, un viaggio di “ritorno a casa”, alla propria essenza: ecco perché per me è una pratica profondamente terapeutica.

Il rewilding  è uno sforzo per essere svegli, vivi e consapevoli su un pianeta che  ci sta gridando di ascoltare e rispondere con abilità e saggezza.

Togliamoci le scarpe che ci isolano dall’energia che scorre nella terra, apriamo le nostre finestre e ascoltiamo la lingua di uccelli, vento e nuvole; le voci di tuono, pioggia e spazio e i suoni della luna e delle stelle.

Torniamo a casa in noi stessi e risvegliamoci al miracolo della vita, proprio oggi, adesso, qui, ora.

[Photo by Engjell Gjepali on Unsplash]