C’è chi aspetta la pioggia per non piangere da solo.

Fabrizio De Andrè

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Si, è vero: è maggio e sembra novembre.

Il cielo è grigio, le temperature autunnali e tira un forte vento freddo che fa lacrimare gli occhi (almeno i miei).

Certo che è difficile lavorare in queste condizioni che comunemente definiamo “avverse”, ovvio che l’umore si fa più ballerino e incerto perché, come le piante, abbiamo bisogno di sole per fare la nostra “fotosintesi emotiva”.

E quindi? Siamo davanti a un bivio, direi. Possiamo passare il resto della settimana (si, perché le previsioni meteo, come sempre, non ci danno tregua) a lamentarci: niente di più facile. A tal proposito potremmo rispolverare alcuni ever green come, non so: “piove, governo ladro” o magari la constatazione che, si, uffa, “non ci sono più le mezze stagioni”. Possiamo biasimare il fato avverso, prendercela con la nuova malattia socialmente diffusa (la previsionimeteodipendenza) e magari col vicino (perché ci sta sulle scatole da una vita e a un certo punto, fare outing, può risultare liberatorio!!). Insomma possiamo ripetere e riscrivere il solito cliché ed “esteriorizzare” sempre tutto, prendere ogni cosa a pretesto per non guardarci dentro ma per attribuire allo sventurato di turno (fato incluso, ovvio) la responsabilità di quanto ci accade.

E se invece ci rilassassimo? No, dico, se ci bevessimo una gran bella tazza di caffè nero bollente, ci sedessimo cinque minuti vicino alla finestra o comunque in un punto dal quale si riesce a vedere il cielo (perché, giuro, questa mattina ho visto un sacco di gran belle immagini di nuvole e cieli cupi qua e là illuminati da attimi di sole) e stessimo semplicemente a guardare quello che il panorama ci offre, spegnendo il cervello (e magari anche il cellulare). Sono convinta che quei cinque minuti di vuoto apparente, potrebbero riempirsi di una quantità sbalorditiva di contenuti nuovi. Potremmo per esempio realizzare che spesso non ci sono responsabilità e quindi colpe, che sul cammino si trovano delle prove, più o meno dure da affrontare, che hanno la virtù di aprire nuovi orizzonti e regalarci la consapevolezza dei nostri talenti e che troppo semplicistico e illusorio è credere che la soluzione ai nostri guai sia esterna.

Credo che più facilmente le risposte siano dentro di noi in verità e che, essendo il percorso interiore assai più faticoso e dal risultato incerto, ci si sia abituati a guardare fuori, ad attribuire colpe e responsabilità al primo mal capitato. La verità è che se adesso piove e fa freddo e il lavoro diventa ancora più faticoso perché senz’altro le persone non hanno voglia di spostarsi e/o di programmare le ferie, noi siamo chiamati a riconsiderare i nostri equilibri che fino ad oggi, lo si realizza adesso, erano molto meteo dipendenti. L’insegnamento potrebbe celarsi anche dietro alla semplice accettazione dell’idea che di flessibilità fa virtù. In effetti a ben vedere, si tratta di capire che lavoriamo in situazioni in perenne ridefinizione, che la pretesa cristallizzazione di ruoli (come quella legata all’idea di un posto fisso, ad esempio) è stata una forzatura perché in natura niente parla la lingua del “per sempre” e che aver cercato di insegnarla al nostro quotidiano è stato un atto di presunzione, legato ad insicurezza. Certo che spaventa l’idea che del “doman non v’è certezza”, certo che è faticoso accettare l’idea che non siamo poi così tanto onnipotenti e che la nostra capacità di libero arbitrio è assai ridotta rispetto a quanto vorrebbero farci credere ma tutto questo ha anche una grande virtù: è liberatorio.

Io credo che il nostro intimo esercizio di libertà lo facciamo tutte le volte in cui lasciamo andare, accettiamo, ci liberiamo, appunto, dalle pretese di dominio e controllo e capiamo che in quanto ci accade si cela il più potente e vero degli insegnamenti perché stiamo facendo un’esperienza e siamo uniti nel cammino ma differenti nel camminare, perché il viaggio è per tutti diverso.

Adesso potrei dire che fa freddo, che è difficile lavorare all’isola d’Elba quando piove e che la stagione stenta a decollare ma preferisco pensare che probabilmente è arrivato il momento di considerare che l’offerta turistica per come è stata sempre pensata qui non basti proprio più, che ci sia bisogno di contenuti che vadano al di là del mare e del sole e che siano capaci di portare conforto e nutrimento a chi aspetta la pioggia per non piangere da solo.