Foto di Alessandro Beneforti

Foto di Alessandro Beneforti

Mi ero ripromessa di non farlo.

Sbagliato.

Mi ero ripromessa di pensarci.

C’ho pensato.

C’ho riflettuto.

Non ho pace.

Già lo so che le parole non mi aiuteranno e che le sensazioni mi sgusceranno via dai polpastrelli, senza che questi abbiano a intuire il giusto tasto da schiacciare.

Certo è, che in un momento in cui cerchiamo di focalizzare l’attenzione sul territorio, sulla sua comunicazione legata all’esperienza e alla fruibilità dell’isola, la chiusura della Villa suona come una terribile, imperdonabile sconfitta che per me ha collezionato assenze incomprensibili.

Oggi perdono tutti.

Perde il bambino che non avrà modo di conoscere una parte importante del patrimonio culturale che lo accoglie, perdono i suoi genitori, i suoi nonni, gli amici, le maestre, il farmacista, l’idraulico, l’albergatore.  Perde la società civile, piegata ancora una volta a logiche di orto privato (ne scrivo spesso, ammetto) che sono incapaci di visione di insieme e si rifiutano di comprendere che il bene comune che una società mette a disposizione di   una collettività è qualcosa che arricchisce, valorizza, promuove la sua crescita a vantaggio di tutti ma proprio tutti. Come dire, in questo caso (lo ammetto  la matematica non è mai stata  il mio forte) 1+1 non fa 2 ma 1000 10.000 100.000 perché il bene comune è un moltiplicatore di virtù e benessere collettivi.

Perdo io, che ancora ci credo, ci provo e mi affanno a capire l’isola per cercare di  valorizzarla e che vado dicendo che senza contenuto (quelli bravi dicono prodotto) che storia racconti?

Di cosa stiamo parlando?

Dove sono le persone giuste nel posto giusto?

Possibile sia sempre una storia dall’epilogo (tragico) già scritto?

Ogni volta che c’è un’iniziativa, che si accende un barlume di speranza, che la fiamma dell’iniziativa dei singoli cerca di rafforzarsi usando la benzina dell’entusiasmo, della competenza, della voglia di fare, arriva la coperta  dell’orticello personale a spegnerla.

GAME OVER

Domenica ho portato Irene alla Villa.

Non sopportavo l’idea che non la vedesse, che non respirasse il profumo del finocchio selvatico e della nepitella che crescono  tra i viottoli mentre una storia millenaria capace di accendere fantasia e curiosità, senso di appartenenza e orgoglio a km zero, si dipana sotto ai tuoi piedi.

A farci da guida Luisa (Quaglia, ndr: sono in due, tutta estate che parlo delle Luise). Si, insomma, Irene ha avuto non solo la possibilità di visitare la Villa ma anche quella, altrettanto preziosa, di conoscerne la storia.

Sarà che Luisa ha avuto la capacità di usare un linguaggio semplice ed efficace (a misura di ragazzina e anche di mamma bislacca) ma grazie alla sua efficace (e appetitosa, considerato che era ora di pranzo)  metafora della torta a più strati, è riuscita a farmi immaginare il senso del lavoro di un archeologo e la pazienza, la cura, l’attenzione che occorrono nel mentre che si cerca, strato dopo strato, di restituire senso a ogni rinvenimento.

Così mi chiedo, spassionatamente, perché.

Perché abbiamo perso una occasione più unica che rara  e perché, proprio ora che parliamo di esperienza turistica e dell’importanza che questa ha nella promozione e valorizzazione di un territorio, noi tutti, permettiamo che si consumi un simile scempio. Perché, si sappia, la Villa potrà anche aprire centinaia di volte ma non tornerà ad avere tre archeologhe appassionate a gestirla. Tre persone capaci di restituire il significato storico, culturale, antropologico di un patrimonio che non fa che ricordarci che quest’isola è stata solcata da civiltà antichissime che già e meglio di noi avevano intuito il privilegio che rappresentava il viverla, costruendo monumentali edifici in armonia con la Natura circostante.

Di parole ne sono state scritte a fiumi sulla vicenda, ragione per cui mi ero ripromessa di tacere e di tenermi dentro riflessioni e sensazioni che si intrecciano con il privato, considerato che le ragazze della Villa io le ho pure frequentate quest’estate.

Ma poi, sarà la mia anima ciarliera, mi scappa la riflessione ad alta voce che di solito ha un contenuto positivo. Mi viene spontaneo spostarmi un po’, avere un approccio propositivo sulle cose ma questa chiusura, si sappia, non mi da la forza di spostare l’elefante: oggi vedo grigio.