castagneto di Sillico

L’autunno lo senti ma non lo spieghi.

Lo riconosci nel tepore che vai cercando dentro a una tazza di tisana la mattina, mentre ti copri con lo scialle, o nella luce calda, meno sguaiata, che sembra abbracciare ogni cosa.

L’autunno a Sillico ha il profumo del dolce di Maria, che d’impasti se ne intende, mentre l’auto si inerpica su per i castagneti giardino e si ferma alla Locanda Belvedere (il nome, sì, è proprio un programma).

E’ alla locanda che ho incontrato Simona, che alle Canarie era scappata per due anni ma poi è l’amore che l’ha portata qui, in una casetta con un bel giardino da cui si vede l’Omo Morto (un rilievo che si trova tra la Pania Secca e la Pania della Croce, che secondo la leggenda è il profilo di un gigante addormentato).

Mentre parla e mi regala paesaggi, realizzo che sono ancora un pò addormentata, tant’è che chiedo un caffè lungo come il sonno che mi farei adesso, ed è il profumo delle rose di Clara a svegliarmi.

Un profumo che mi ricorda mia nonna e si impasta veloce ai ricordi di un giardino di cui ho amato, ormai tanti anni fa, i grappoli di rose antiche che ne coprivano le pareti e che a me aprivano le porte di una comunicazione sottile, tra petali e corolle.

Sillico al mattino ha il passo felpato dei suoi gatti, chiede misura ma sa aprirsi a risate squassate, genuine, che profumano di gente schietta, che si guadagna il pane con la dignità dei semplici che per me sono i valorosi.

Con questo misto di stupore e meraviglia, mi incammino su per i metati: ho letto di un sentiero che ne tiene insieme alcuni, ancora funzionanti, che a novembre spargono il loro quieto tepore sulle castagne stese sui cannici a riposare e sì mi pare perfetto per un bagno di bosco.

Così, un passo dopo l’altro, entro nella maestà del castagneto, mi inchino tra i suoi nodi, inseguo la curva delle grosse radici, faccio gli occhi grandi come le foglie che lo ricoprono e mi par di sentire le voci delle famiglie, raccolte sotto ai castagni, a far scorta dei preziosi e nutrienti frutti che hanno sempre sfamato i paesi nei mesi del rigore invernale.

E poi ecco che incontro il primo metato, una sorta di baita in sasso con il tetto in lastre di pietra, che prende  anche il nome di  canniccio  seccatoio. Per comodità è costruito in mezzo al castagneto, ma contemporaneamente non dev’essere troppo lontano dal paese, perché il fuoco o le braci, sempre accese, devono poter essere caricate e vigilate, anche di notte.

Il metato era luogo di grande importanza per l’economia dei borghi d’appennino e tutta la popolazione contribuiva alla gestione e all’organizzazione del funzionamento. 

Luogo di aggregazione e di incontro nelle fredde giornate autunnali, era solito ospitare grandi e piccini, che al chiarore del fuoco trascorrevano serate fra “fole”, favole e leggende tramandate.

Mi fermo a respirarne il significato, mentre tutt’intorno il castagneto, curato come fosse un giardino, esprime abbondanza e generosità: qualità che non fatico a riconoscere in quest’albero cui sono molto legata.

Scrivo, leggo, prego un pò.

D’altronde, qua sembra di essere in un luogo di culto che ricorda quanto il lavoro lo sia stato, un culto, meritevole di grande rispetto, nelle culture contadine passate e che ancora oggi vivono nei paesi che si abbarbicano su per i monti ed esprimono una fiera resistenza culturale.

Per me un bagno di foresta non può esimersi dall’integrare tutto questo, perché l’immersione sensoriale nei benefici che il bosco ci regala, non è scollegata dal territorio, dalla gente che lo vive, lo lavora, lo ama, lo rispetta.

Affatto.

Si incontrano le storie, anche nel fitto di un bosco: un micelio, una fitta rete di vissuti e di passaggi.

Ci sono le orme di Francesco che poco più giù ha il suo mulino, e quelle di Clara che le rose se le coltiva nel petto. Intuisco i passi di Britta, venuta dall’Olanda per imparare l’italiano, e quelli del parroco frettoloso mentre la campana suona “il tocco”.

Un caleidoscopio di vita, di racconti che si aprono spesso con sorprendente generosità in questi paesi, a patto che vi si entri con rispetto, in punta di piedi, con la voglia di ascoltare e di imparare, e che si ritrova anche nel bosco, tra le felci, nei sussurri del vento e in quel volo radente della poiana che lo so che non mi perde d’occhio.

Sillico è il profumo dei panni stesi quando rientro, quel delicato mormorare d’acqua alla fontana, i passi svelti della signora, il profumo di sugo alla finestra e il sapore di una manciata di more colte sulla via del ritorno.

Poi mi ricordo di quel passo, così ben scritto da Erri de Luca, e lo sussurro a Britta, mentre si ripara la pelle chiara dal sole:

Considero valore ogni forma di vita, la neve, la fragola, la mosca.
Considero valore il regno minerale, l’assemblea delle stelle.
Considero valore il vino finché dura il pasto, un sorriso involontario,
la stanchezza di chi non si è risparmiato, due vecchi che si amano.
Considero valore quello che domani non varrà più niente
e quello che oggi vale ancora poco.

Considero valore tutte le ferite.
Considero valore risparmiare acqua, riparare un paio di scarpe,
tacere in tempo, accorrere a un grido, chiedere permesso prima di sedersi,
provare gratitudine senza ricordare di che.

Considero valore sapere in una stanza dov’è il nord,
qual è il nome del vento che sta asciugando il bucato.
Considero valore il viaggio del vagabondo, la clausura della monaca,
la pazienza del condannato, qualunque colpa sia.

Considero valore l’uso del verbo amare e l’ipotesi che esista un creatore.
Molti di questi valori non ho conosciuto.

Lei mi guarda con i suoi occhi azzurri dentro cui mi fa navigare, mentre annuisce:  poi trattiene il fiato e ride.