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Tutto il giorno che penso di voler scrivere il post settimanale per la mia rubrica del sabato su Elbareport, è che vedere le immagini di centinaia di persone che, in fuga alla ricerca di un mondo migliore, hanno trovato la morte su un barcone che prima ha preso fuoco e poi è affondato, mi ha scossa .

Di notizie son pieni i giornali e di bilanci, considerazioni, esortazioni alla vergogna, ne ho piene le tasche, anche perché so già che tra 15 giorni scenderà il silenzio sulla vicenda e saremo bravi a rimpadronirci del nostro quotidiano di plastica.

Questa sera non ho che un pugno di parole in tasca, nessuna arguzia da mettere in campo, alcuna intuizione che possa aggiungere senso al fiume di parole al quale ho assistito, in silenzio, dal mio computer.

Io credo semplicemente che non si possa costruire benessere sulle spalle altrui, che sia presuntuoso guardare al proprio orticello (succhiando però da quello del vicino in caso di necessità) e che non siamo credibili come come madri, come padri, come insegnanti, come esattori delle tasse, come giornalisti, come fornai, come esseri umani, insomma, fin tanto che sosteniamo un sistema che penalizza la gran parte a favore dei pochi. Credo che in questa corsa folle al progresso ci siamo persi molto di vista, abbiamo traslato l’oggetto dell’attenzione: dalla persona alla sua disponibilità economica. “Io sono quel che compro” è diventato l’assunto principale dal quale muoviamo i nostri passi in una società dei consumi che, guarda caso, ci sta mostrando il suo lato B proprio grazie alla crisi, la stessa che ci sta invitando a rallentare, a tornare a guardare vicino a noi, a imparare i mestieri, coltivare la terra e a tornare ad abitare le periferie che sono più a misura d’uomo. Provare ad abbassare il volume e le pretese, imparare a convivere con il senso del limite, sapere che non tutto sempre si può ottenere, fare i conti con il senso di ragionevolezza (se io voglio mangiare per forza una pesca in gennaio, ad esempio, sto forzando le cose e nel farlo altero gli equilibri, pretendo più di quanto io non riesca a restituire al sistema) sono secondo me alcuni dei piccoli primi passi fondamentali verso la riconquista di un senso etico del vivere che passi anche attraverso il riconoscimento che non si può creare alcuna ricchezza a spese di altri, perché la ricchezza dovrebbe essere intesa come un bene comune e non come un capriccio per pochi.

Non ho ricette, non ho risposte, non trovo parole per inserirmi nel già ricco ed acceso dibattito sul tema ma solo un lungo, fastidioso magone che mi stringe alla bocca dello stomaco e che non mi fa sentire meno colpevole solo perché non direttamente coinvolta nei processi decisionali. La verità è che partecipiamo tutti a questo forte squilibrio e riflettiamo questo senso di ingiustizia nelle nostre vite, anche quando pretendiamo di vivere secondo i principi dell’eticità e della presunta morale e troviamo sempre parole di riprovevole sdegno a posteriori.Dovremmo tornare a impadronirci delle nostre vite, riscoprire il piacere di scegliere una loro direzione, percepire che dal nostro coinvolgimento privato passano le decisioni che riguardano gli altri e nel farlo, riscoprire il perduto senso di responsabilità.

Questa sera non riesco a trovare parole migliori: come sempre mi sento di non avere ricette e manco risposte. Abbiate pazienza.
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