shintin-yoku

Lo shinrin-yoku o bagno di foresta, non è una vera e propria terapia.

Direi che è un’interpretazione poetica della realtà, capace in quanto tale di riportare significati e senso di appartenenza nelle nostre vite frenetiche, spesso vissute al largo di noi stessi.

È un modo per tornare all’essenza, scrollarci di dosso il superfluo e riscoprire un contatto genuino e profondo con la nostra intima natura.

Prima che se ne parlasse in Giappone, la pratica ovviamente esisteva già ed è stata praticata per millenni in tutte le culture anche perché nei tempi antichi, il contatto con la Natura era quotidiano.

La questione è però tornata alla ribalta, e con una certa insistenza, per quello che già nel 2005 l’attivista americano Richard Luv nel suo libro “l‘ultimo bambino nei boschi” ha definito  essere il “disturbo da deficit di Natura” che non è tanto una diagnosi medica (e torniamo all’idea che non si tratti di una terapia in senso stretto) , quanto piuttosto  un monito sui rischi che l’uomo corre allontanandosi dalla natura, soprattutto durante l’infanzia.

Il distacco emotivo dalla natura in cui viviamo oggi, deriva dalla visione del mondo empirico-razionalistica che già a partire dal XVII Secolo si diffuse in occidente, determinando un costante e graduale affievolirsi delle pratiche mistiche di relazione connessione con la Natura e con l’Invisibile.

Se lo shinrin-yoku ha avuto un così gran successo negli ultimi decenni proprio i Giappone, io credo si debba anche al fatto che la cultura nipponica è tutt’oggi intrisa di un profondo rispetto per la natura e dal sopravvivere della dottrina animistica dello shintoismo, secondo la quale piante, animali, rocce e fiumi possiedono un’anima.

Prima ancora dell’avvento del cristianesimo in Occidente e del buddismo in Oriente, i giapponesi avevano sviluppato il culto della Natura e delle sue forze misteriose.

Ogni tribù credeva che nell’Universo tutto avesse un’anima, avvertiva la presenza di un’energia spirituale nell’uomo, negli animali, nelle montagne, nei fiumi che insieme erano considerati manifestazioni del kami.

L’idea alla base, è che tutte le cose animate e non, possiedono un nucleo di bellezza ed è messaggera di divinità e presuppone che non ci sia differenza tra uomo e natura.

Tutto è uno, come se l’universo fosse un grande oceano di cui noi, insieme alle piante e agli animali, non siamo che onde.

Da questo punto di vista lo shinrin-yoku, il contatto diretto con la Natura,  una pratica che  ci libera dalla falsa convinzione di un Io attorno al quale ognuno di noi finisce con il costruire il proprio santuario (spesso di frustrazione e sofferenza, perché nato da fondamenta illusorie) per riuscire a contattare in modo intuitivo e quindi profondo, la natura transitoria dell’esistenza e quindi l’eterno ciclo del cambiamento.

L’attività contemplativa in Natura ha la capacità di interrompere il monologo interiore che abita nella nostra mente e di aprirci a una conoscenza diretta e intuitiva del Mondo e delle sue leggi, facendoci intuire che Tutto è Uno, riappacificandoci quindi con il senso di finitezza e di nostalgia che ci abita nel petto, fin tanto che viviamo nell’illusione della frammentarietà e dell’immutabilità dell’IO.

A questo proposito, il maestro shintoista Motohisa Ymakage scrive:

Le piante e gli animali, così come le montagne e i fiumi, esistono da quando esistiamo noi esseri umani, e sono sempre stati profondamente legati a noi. L’amore e il rispetto per la natura devono tornare ad albergare nei nostri cuori se vogliamo proteggere l’umanità e la Terra dalla minaccia della crisi ambientale provocata dall’eccessivo materialismo”.

È arrivato quindi il momento di “tornare a casa”, a quella dimensione di intima familiarità e connessione con l’ambiente di cui siamo figli, per riscoprire una comune identità e un senso di appartenenza capace di ristabilire in modo del tutto naturale, equilibrio e benessere dove si annidano angosce e paure tipiche del nostro tempo.

Radici, abbiamo bisogno di tornare ad abitare e a sentire le nostre radici.