Tutti noi abbiamo un movimento spontaneo verso la connessione, la salute, la vitalità, così come le piante spontaneamente crescono verso la luce, come ci ricorda il Dott. Heller, autore del metodo integrato  NARM (acronimo che sta per Neuro Affective Relational Model).

Il suo è un modello terapeutico che promuove la consapevolezza somatica (somatic mindfulness) integrandola alla  psicoterapia, per sostenere una crescente autoregolazione del sistema neurovegetativo, con l’obiettivo di ricomporre l’unità funzionale tra sistema biologico e psicologico.

La cosa meravigliosa, è che il tutto avviene focalizzandosi sul presente, sul “qui e ora”, riuscendo così  a far emergere distorsioni dell’identità come carenza di autostima, senso di colpa, vergogna, giudizi negativi su di sé.

Si tratta di un approccio che è in grado di risvegliarci al nostro innato potenziale di espansione, crescita e sano sviluppo, facendo emergere in modo naturale i blocchi e le distorsioni nate in seno a un trauma che, se  da un lato ci hanno permesso di sopravvivere durante la nostra infanzia, dall’altra ci trattengono oggi dall’esprimere e manifestare il nostro pieno potenziale di vitalità.

Il problema infatti si manifesta crescendo, man mano che quelle strategie di sopravvivenza si dimostrano sempre meno efficaci a realizzare la nostra piena espressione.

E’ come se esistesse una linea di demarcazione sottile, invisibile ma non per questo meno “reale”, tra il sopravvivere e il vivere.

Da bambini il nostro compito è sopravvivere, cavarcela, ottenere sostentamento e cure di prima necessità che non siamo in grado di procurarci da soli.

Crescendo però, ci affranchiamo da questi bisogni primari e la vita tutta intorno a noi ci chiede di partecipare a un “battito più grande” a un processo evolutivo che va oltre il mangiare e il dormire, l’avere un tetto sulla testa e vivere in un contesto che non metta a repentaglio la nostra vita (ricordate la piramide di Maslow?)

E’ in quel preciso momento che le strategie di sopravvivenza, ormai diventate  “stili di sopravvivenza” ripetitivi, ovvero tipizzazioni rigide del carattere, arrestano il  nostro processo di crescita (emotiva ma in un certo senso anche biologica).

Le vecchie strategie, infatti, non ci permettono né plasticità né libertà, bloccano la nostra creatività e impediscono all’innata vitalità di fiorire.

Le vecchie strategie, ci fanno sentire inadatti alle situazioni in cui ci troviamo e rinforzano il nostro senso di inadeguatezza e i giudizi negativi che abbiamo su noi stessi.

Allo stesso tempo è utile tenere a mente che, sempre le vecchie strategie,  sono state la nostra risorsa per sopravvivere allora, ed è questo il punto che dobbiamo tenere a fuoco per riuscire a vederle con occhio compassionevole e grato, invece che negativo e auto colpevolizzante.

Giudicare negativamente il nostro stile di sopravvivenza, ovvero la nostra tipizzazione di carattere, che oggi ci fa stare male, conduce a rinforzare quella distorsione, a renderla assoluta e a farci chiudere sempre più strettamente in essa.

Al contrario, paradossalmente, vedere lo stile di sopravvivenza per ciò che è stato, cioè una modalità creativa per permettere al nostro originario slancio vitale di esprimersi, una nostra risorsa preziosa, ci permette di raggiungere gradi sempre maggiori di libertà nei suoi confronti.

E in tutto questo la Natura che ruolo gioca?

La Natura svolge un ruolo di prim’ordine, manco a dirlo, perché tornando ad essa e sviluppando una capacità di ascolto e connessione intima e profonda, come quella che viene spesso sostenuta in un bagno di foresta, piuttosto che in esperienze di biofilia in senso ampio, abbiamo la grande opportunità di entrare in contatto con un sistema vivente funzionante, che non ha subito alcun turbamento traumatico.

Osservare il comportamento di una pianta, un seme, un albero o un fiore, ci consente di ricontattare il nucleo vitale che abita ognuno di noi e che è precedente il trauma e con esso il conseguente insieme di adattamenti e distorsioni adottati a fini di sopravvivenza.

Tutto ciò   ci invita a tornare a fluire armoniosamente con l’istinto primigenio allo sviluppo, alla crescita, al nostro intimo sentirci orientati alla “luce” (in senso metaforico oltre che letterale).

Da questo punto di vista, trovo estremamente utile e funzionale iniziare un ciclo di esperienze ecoterapeutiche proprio in autunno, nella stagione che invita ad osservare e ad ascoltare attentamente.

L’autunno è infatti la stagione del calmo dimorare interiore per eccellenza.

E’ il periodo dell’anno che segue il rutilante e festoso “baccano” estivo e che consente di acquietare pensieri e giudizi, attività mentali che separano e comparano, per trovare conforto in un ascolto interiore ampio e includente, capace di abitare il paradosso e la molteplicità dell’essere in modo accogliente.

Abbiamo infatti noi tutti bisogno di tornare ad abitare la complessità, normalizzandola, integrandola in uno stile di vita più in contatto e connesso con i cicli naturali, per ritrovare la nostra innata capacità di nascere e rinascere, spingerci verso la luce, attraversare il buio della terra (e dell’anima) come un seme sa fare e incontrare,  i terreni fertili  e adatti al nostro sviluppo interiore, proprio come una pianta sa fare.

La Natura non giudica ma discerne.

La Natura non separa ma ottimizza.

La Natura non affretta ma accoglie.

Il tutto, manco a dirlo, con estrema  naturalezza e cuore saggio.