Quest’anno il Solstizio l’ho festeggiato nel migliore dei modi, potendo finalmente incontrare e abbracciare alcune delle donne con cui ho “viaggiato” online tutto l’inverno, attraverso un gruppo di meditazione.

Ne avevamo bisogno.

Di abbracciarci, certo, ma anche di stare in Natura, di scoprire quanto è semplice e a portata di mano un modo più umano e lento, discreto e toccante, di sentirsi vicine, condividendo un cammino, stralci di vita che occhieggiano dai racconti, solitudini che si intuiscono sull’onda di un espiro, occhi che si commuovono, mani che si cercano.

A fare da cornice al nostro incontro, è stato quell’incredibile caleidoscopio umano e animale che si raduna ai piedi del Monte Matanna, al Rifugio Alto Matanna: una casa che si apre agli ospiti con inenarrabile spontaneità e che mescola il chiacchiericcio delle oche a quello dei commensali, mentre tra una portata e l’altra non mancano gli intrattenimenti (dalle mucche in fuga agli asini tibetani desiderosi di coccole).

La cena al Rifugio, ha avuto il sapore forte dei luoghi in cui la vita pulsa e batte senza mezze misure, senza il controllo asettico e formale dentro cui spesso sono “imbustate” le nostre vite.

Qui la vita bussa prepotente, deride le pose e le mezze misure, starnazza sull’aia, scalcia e si dimena dietro all’accampamento delle tende, ha il sorriso timido e le mani segnate di chi la montagna la vive, asprezze incluse, tutto l’anno.

C’è da imparare, mi dico, mentre le portate si susseguono e si moltiplicano in quantità e varietà e c’è anche il tempo di fare due chiacchiere con le persone che ogni anno fanno il Cammino con Aeliante, in ricordo di Elia, il giovane scomparso dieci anni fa (qui trovi un bellissimo video che riassume lo spirito di questo Cammino che porta con sé anche il desiderio di sensibilizzare le coscienze alla salvaguardia delle Apuane)

Aeliante è un’associazione che cerca di trovare, nel nome di Elia, la gioia di vivere e la serietà di vivere, lo stare bene insieme, il superare le differenze e curare l’amicizia e l’essere consapevoli della responsabilità per una vita bella e utile.

Immediatamente mi è stato chiaro che eravamo tutte immerse in un crocevia, mai casuale, di storie e persone, impegno e dedizione, fatto di piccoli, a volte minuscoli passi, che però ci hanno fatto ritrovare, tutte e tutti insieme, attorno a una tavola che aveva il sapore del celebrare la vita, questo inestimabile Cammino nel quale siamo immers*.

Ci sono cose che sembra impossibile riassumere in una manciata di parole e che nonostante ciò sento che passano, attraversano i vissuti, incontrano cuori, si fanno spazio tra i pori della pelle per raggiungere una zona del nostro “esserci” e manifestarci che sebbene non passino per le parole o per le concettualizzazioni, non sono meno reali.

Così è stato, per me, a ogni passo, a ogni sosta di sudore mentre, l’indomani, eravamo intente a salire sulla cima del Monte Matanna.

Una ascesa, quella del monte, che per me ha sempre il sapore di un cammino interiore, che insegna pazienza e lungimiranza, passo lento e distensione della mente che si vorrebbe afferrare alla vetta, al risultato, ma a cui il respiro lento e il passo attento, insegnano la via dell’ascolto, dell’attesa, del portare rispetto a ogni sasso incontrato attraverso il sacrificio, il farsi sacro di ogni passo, di ogni battere e levare del nostro cuore.

Un sacrificio, che salendo sulla vetta prende la sostanza del sudore, dello sciogliersi di nodi e resistenze per aprire uno spazio interiore nuovo che è necessario perché si arrivi, veramente e profondamente, alla vetta.

Perché ci sono sguardi ampi e panorami che si disvelano solo a patto che si sia disposte alla rinuncia e all’offerta, all’attesa fiduciosa e alla “resa” davanti al personaggio che in noi si dimena e scalpita per guadagnarsi la cima, in un corpo a corpo con la montagna che facilmente ci fa perdere di vista il senso profondo del nostro esserci e ci allontana da quell’arcaico appartenersi, fondendosi, riconoscendosi a ogni respiro.

Con l’ascesa al Matanna, ho compreso che la mia via non è il corpo a corpo con la montagna ma piuttosto un “farsi il corpo della montagna”, diventare sasso e muschio, radice esposta ai venti e improvviso sparuto boschetto di faggi che si fa strada nella pietraia.

E’ questo il miracolo di un bagno di foresta: me lo voglio ricordare!

Il resto lo hanno fatto le cavalle selvatiche con i loro puledrini che qui vivono allo stato brado: la magnificenza di una Natura che con l’arrivo dell’estate mostra i suoi frutti, festeggia la vita appartenendole mentre noi imparavamo a camminare come ospiti nelle loro terre, a chiedere permesso (cosa che troppo facilmente dimentichiamo di fare) per tornare a sentirci piccole e immense, vuote e piene, dentro al brulicante telaio di vita che continuava a moltiplicare i suoi intrecci davanti ai nostri occhi pieni di meraviglia.

Festeggio l’estate e i suoi frutti, portando nel cuore il sapore di un incontro mai casuale di storie e persone, di cammini e sudore, in un reciproco celebrare il dono mai banale del trovarsi, qui, ora, su questo meraviglioso pianeta Terra.