percorsi di digital coaching all'Isola d'Elba

Oggi mi ha scritto A.

A. sta per Federica, Giulia, Alessandra, Cristina e tutti i nomi di donna che potrebbero affiorarti nella mente, ora.

A. non è una donna ma una storia di donne che vivono il cambiamento oggi e che scelgono una via per cavalcarlo, per accedere a un improbabile collegamento tra pancia/cuore/testa.

A. è una professionista. Una laurea, una specializzazione, un Master, una carriera brillante che sembrava aver segnato il suo cammino.

Leggo ancora.

A. è anche una donna che ha una relazione che dura dai tempi dell’Università: è cresciuta con M., lo ha sposato, hanno fatto una bambina, hanno condiviso sogni e pannolini, viaggi intercontinentali e fatture da pagare, il mutuo, le tasse, le rate per l’auto, la scommessa in un mondo migliore ma anche la spesa, il gruppo di acquisto, le cene dal vinaino sotto casa.

A. e M. si sono amati, mi scrive, ma non ce l’hanno fatta a reggere.

Troppo forte, troppo assordante, troppo lancinante il divario tra il mondo immaginato, gli eroi dei telefilm, le trame dei libri fantasy, lo yoga, il Perù, i viaggi nella periferia del mondo, la casa al mare, l’orto in collina,  l’amore per la fotografia e l’incalzare di un quotidinao che ti apre mille opportuità, salvo poi il non lasciartene neanche una veramente in mano e che non ti allena a stare in contatto con il senso delle cose: ti esorta solo a consumare rapidamente e a esprimere velocemente un nuovo bisogno, senza iniziarti dolcemente all’arte del “saper stare”.

Un amore domestico e riservato (quello di M.) che  non ha fatto pace con l’amore irruento e avventuroso  (quello di A.) e viceversa.

Amen.

Qui iniza la storia tosta: le decisioni difficili, il cambio casa, cambio città, cambio lavoro con annesse problematiche relative al crescere una bambina ancora piccola in solitudine. Gli incontri sbagliati (che poi, a pensarci, sono tutti giusti: dipende dall’esperienza che facciamo) le difficoltà lavorative, il mobbing in ufficio, quel direttore troppo diretto e molto fuori luogo, le paure, le scelte, le non scelte, i dubbi, la fatica di essere donna, mamma, professionista e quindi mai del tutto in un ruolo.

Fino a poco tempo fa, A. si riconosceva nella sua professione.

Lei era quello che faceva: non aveva bisogno di chiedersi chi fosse. Oggi che il lavoro le è cambiato sotto gli occhi e che ha la necessità di riscostruirsi non solo una professione ma anche una vita, ecco che spuntano i quesiti esistenziali, quelli che per 40 anni hanno dormito quieti sotto la cenere dei suoi giorni.

Oggi A. realizza che per rispondere alla fatidica domanda “cosa fai nella vita” occorre chiedersi chi si è in questa vita.

Fino a qualche tempo fa eri  farmacista, impiegato alle poste, calzolaio, ingegnere, operaio ma oggi, in questo surplus di offerta, è quel valore aggiunto, intimamente legato alla tua identità,  ai tuoi valori etici e morali,  alla visione del mondo che ti ha portato fin qua, che determina in modo preciso chi tu davvero sia (e che si manifesta anche in quello che fai).

A. mi scrive per questo motivo, perché ha capito che non basta più rispondere con la professione, se questa non la si impasta di personalità.

Oggi quello che fai determina quello che sei ma anche viceversa e mentre quello che fai possono suggerirtelo anche le selezioni di personale alla Wind, nessuno può dirti chi sei, o meglio chi scegli di essere ogni giorno, con impegno, con determinazione, con coraggio (e diciamolo, anche con sacrificio).

C’è coraggio, determinazione, stanchezza e indecisione nelle righe di A.

Si, hai capito bene: la determinazione e l’indecisione possono coesistere, secondo il meraviglioso principio dell’ambivalenza che abita in tutti noi.

Leggo ancora la lettera. E’ lunga, di una lunghezza che mi stupisce.

Mi stupisce pensare a quante storie abitino dentro di noi e mi diverto a immaginarci come delle giare stivate di chilometri di racconti, rotoli e rotoli di pergamena su cui potremmo fermare le nostre biografie, i nostri diari di viaggio.

Storie, racconti, viaggi, ipotesi di volo, fallimenti, nuovi traguardi, successi che si mescolano agli insuccessi, gioie, dolori, emozioni che accendono la via.

Provo a fare spazio dentro di me, ad accogliere questa storia e questi orizzonti: lo faccio sempre, prima di inziare un nuovo lancio di dadi.