Il momento che stiamo vivendo ci chiede a gran voce di “tornare a casa“, all’essenza, a quel luogo di quiete e amorevole accoglienza da cui  tutti proveniamo e che ci abita nel cuore.

A volte questo luogo è evidente e ben nutrito da attenzione, ascolto e consapevolezza, altre volte continua ad abitarci a nostra insaputa, nascosto da macerie e storie del passato, come fanno le braci sotto le ceneri di un fuoco che sembra spento ma mantiene il suo calore.

Certo è, che è a quel centro di attenzione, cura, ascolto profondo e consapevolezza che dobbiamo imparare a rivolgerci, oggi più che mai, per trovare conforto, senso di appartenenza, capacità di “stare” mentre fuori impazza la tempesta emotiva.

È necessario comprendere che tutte le nostre reazioni a persone, situazioni o pensieri, sono in realtà reazioni al tipo di sensazione fisica che sta emergendo nel nostro corpo.

Tutto il nostro vorticare di pensieri reattivi, emozioni e comportamenti, deriva da questa attivazione e quando le sensazioni non sono riconosciute, le nostre vite si perdono in una cascata di reattività: ci dissociamo dalla presenza vivente, dal nostro cuore.

Per risvegliarci da questa trance, la prima cosa è tronare a casa, tornare ad abitare il corpo.

La dissociazione, anche se ci protegge, crea sofferenza.

Rifiutando il dolore e allontanandoci da casa, sperimentiamo la malattia della separatezza, della solitudine:  ansia, tristezza e vergogna.

La buona notizia è che è possibile tornare a casa, in ogni momento, a patto lo desideriamo e che  per riuscirci basta davvero poco. 

Possiamo iniziare adesso, cercando di sederci comodamente sulla sedia o su un cuscino a gambe incrociate, avendo cura semplicemente di tenere la schiena eretta ma non rigida.

Se siamo su una sedia, suggerisco di non poggiare il dorso sullo schienale, per evitare eccessivo rilassamento ma neanche di forzare eccessivamente ed artificiosamente  la schiena in posizione eretta. Abbiamo bisogno di essere presenti ma non eccessivamente controllanti e neanche troppo rilassati per tenere a bada il torpore che di tanto in tanto verrà a farci visita.

Abbiamo bisogno di tornare ad accorgerci, a sentire, a partecipare dell’infinito avvicendarsi di sensazioni, emozioni, pensieri che avviene nella nostra mente/corpo senza sviluppare attaccamento per niente in particolare.

Vogliamo essere testimoni di ciò che accade, tutto qua.

In poche parole, non è necessario credere a tutto ciò che la nostra mente ci suggerisce, possiamo lasciare che continui la sua incessante opera di catalogazione sullo sfondo, concentrandoci sul nostro corpo, sul respiro, sull’aria che entra e che esce, allenando due delle qualità che ha la nostra attenzione, quella di focalizzarsi su un punto, pur rimanendo aperta, accogliente.

Provate oggi a dedicarvi anche solo 10 minuti a questa semplice pratica: accorgersi del respiro, accorgersi che abbiamo un addome che si alza e che si abbassa, scoprire che qualità ha il nostro respiro. Possiamo iniziare con il chiederci se il respiro è breve e rapido s si  ferma al torace,  o se è lungo e profondo e scende fino all’addome.

Provate: è meno banale di quanto sembri perché il punto è che finiamo con il raccontarci che sono banali una infinità di cose che non lo sono, concentrandoci selettivamente su ciò che non va bene, non ci piace. o desideriamo spasmodicamente, condannandoci a una vita in fuga da qualcosa  o alla perenne frustrante ricerca di nuove conquiste mentre la vita, diciamolo, è adesso.

Questi giorni che senza preavviso ci hanno momentaneamente tolto molte delle routine che ci sembravano banali, facendoci assaporare ancora di più e ancora meglio il senso di impermanenza che tutto governa, hanno il grande merito a mio avviso di aiutarci a tornare a considerare la nostra fortuna mediamente ignorata e di indirizzarci verso uno stile di vita più onesto, più orientato a incarnare profondamente i nostri valori, le nostre necessità, preservando ciò che per noi davvero conta e imparando a lasciare andare il superfluo.

Abbiamo bisogno di distillare dalle nostre vite l’essenziale, purificandoci, iniziando a farlo con un respiro consapevole che può portare conforto, alleggerire, creare uno spazio di accoglienza nuovo e inaspettato, ricondurci a contattare emozioni sedimentate e “raggomitolate” in qualche angolo del nostro corpo.

Dobbiamo tornare ad “accorgerci”, a vedere con occhi nuovi, a imparare un linguaggio semplice, diretto, immediato, capace di creare ponti dove prima vedevamo muri.

Perché la tua sofferenza è anche la mia sofferenza: desideriamo entrambi essere felici.