francesca.campagna

 

Com’era la storia del lungo viaggio e del primo passo? Era Laozi a raccontarla?

Non lo so. Mi giro e mi rigiro nel letto, alla fine vince l’insonnia.

Sul telefono campeggia l’ora: qualcosa che sta tra le quattro e le cinque del mattino. Ma  è decisamente più vicino alle quattro.

Fuori buio pesto: ci avviciniamo a passi da gigante al giorno più corto dell’anno, penso, e mi stringo forte alle coperte.

Mi alzo. Tra qualche ora sarà online. Anzi, se mi leggi è già online.

Omioddio, quindi ora tu mi leggi da qua, dalla mia nuova casa.

Sono stata anni senza casa (quella vera, non nel senso metaforico). Anche quando ne avevo una, la mia vita stagionale, perennemente sulla ribalta per lunghissimi mesi,  ha fatto in modo che mi sentissi sempre fuori casa, spesso anche fuori posto ma mica lo davo a vedere.

Ok, penso, ma adesso una casa c’è. Una casa per viaggiare, come ho sempre desiderato fare.

Che effetto ti fa? Mi rivolgo la domanda quasi fossi altro da me, come se non fossi solo io, me medesima, ma ci fosse anche una creatura appena incontrata, con tratti di familiarità ma altrettanti elementi di straordinarietà. Entro in punta di piedi dentro di me, ora che ho una casa. Anzi, quasi quasi busso e struscio i piedi sullo zerbino, prima lievemente e poi energicamente.

Entro.

Una casa nuova.

All’inizio sembra sempre spoglia ma questa no: sembra trasudare storie, vissuti, incontri, scoperte.

Se osservo bene le pareti vedo una infinità di volti intenti a fissarmi. Non provo disagio. In realtà non mi fissano, mi accompagnano nel viaggio tra le stanze.

Lei, l’altra Francesca, mi prepara un caffè.

Io sono un po’ imbarazzata e tento come sempre la carta vincente: mi sforzo. Mi sposto da me e cerco di venire incontro a lei, incurante del mio ennesimo tentativo di compiacere che sarà destinato a farmi un nuovo buco nello stomaco (che poi, ai colabrodo mica li conti i buchi).

Lei non si cura di ciò, sembra indifferente ai miei tentativi, mi lancia segnali senza parlare: è un accogliermi, un fare spazio a me, indipendentemente da ciò che mi prodigo di portarle in dono.

E’ più tranquilla di me e mentre lo avverto mi sento stupida. Ci sono ricascata, ancora una volta sono qui che mi prodigo e centuplico gli sforzi, quando tutto quello che posso fare è essere me stessa.

Lei lo ha capito. Lo sa che a niente vale il tentativo umano quanto inutile, di compiacere gli altri per sentirsi accettati: si finisce con il perdersi, con lo sciogliersi in mille rivoli di ambiguità, nonostante le migliori intenzioni.

Ne ha fatto esperienza, al punto che la lezione le si è tatuata sulla spalla destra.

Finalmente mi parla. Senza fretta, con respiri lunghi e piedi saldamente piantati in terra, mentre io mi aggiusto goffa sulla sedia, preoccupandomi di occuparne solo una metà: sia mai che disturbi!.

L’altra Francesca mi parla guardandomi negli occhi e avvia il racconto della costruzione di questa casa, iniziata più o meno nove mesi fa.

Per lei non è stato un semplice costruire ma piuttosto un dare alla luce: sarà per questo che ha affidato il suo sito a una doula, mi dico senza avere il coraggio di chiederlo ad alta voce.

Mi parla di naufragi e di paure, di senso di fallimento e di confusione.

Ci sono scelte e responsabilità, visioni, valori, graffi e sputi in quello che mi racconta.

Nove mesi di silenzio e di scrittura.

Un inverno lunghissimo, altro che quello di Narnia!

Notti trascorse a tirare fili, mettere insieme, provare a comporre e scomporre in un gioco di geometrie e lanci di dadi.

E poi ci sono loro.

Mi racconta degli incontri e delle epifanie. Delle persone che la hanno tenuta per mano anche dalla distanza, di quei pezzi di storie che come zattere l’hanno condotta su nuovi lidi mantenendo vivo dentro di lei un senso di continuità che le sembrava perduto.

D’improvviso, in un gioco sincronico, mi appare il disegno e tutto affiora, per un istante, vivo: vent’anni di vita escono dal fiume delle sue parole e palpitano davanti ai miei occhi, dando vita alle stanze di questa casa.

Pazzesco.

Tutto questo girovagare, questo apparente disperdere e disperdersi, questo rinunciare e questo lottare ci hanno portate qua, al centro del più coerente dei disegni possibili.

Ha il volto stanco ma stranamente luminoso, l’altra.

La guardo stupita dal mio cantuccio mentre sorseggio il caffè, frugo ma non trovo parole e poi mi ricordo: less is more, Francesca.

Mi ricordo di mollare la presa, di lasciare che sia, di sperimentare un fiducioso atteggiamento verso il vuoto, facendo spazio e silenzio. Lei lo fa già, io arranco un pochino ma da qualche parte ho letto che bisogna imparare a darsi tempo e che ricadere nei vecchi schemi è del tutto naturale.

Sorrido delle mie ansie, sempre loro, e faccio un giro per la casa.

C’è questa storia del digital coaching che lei mi dice essere il frutto di tutta la sua esperienza di vita, iniziata 15 anni fa ma ancora prima in realtà, ai tempi dell’Università.

Mi catapulto nei suoi racconti: l’albergo, i social, il cambiamento, i percorsi di life coaching, l’amore per l’Elba, l’approccio microsociologico di Goffman.

E’ tornata a essere un fiume in piena ma non perde il controllo: sa esattamente dove è diretta l’acqua, sa che va a cercare il mare.

Già, il mare, chissà se sta dormendo ora il mare.

Torno con la mente qua e mi perdo in questa idea di allenare le persone, di accompagnarle in un viaggio che lei ha fatto e che per questo si propone di fare con altri. In pratica la sua idea è di formarsi, di studiare e mettere a frutto le sue esperienze, per essere  la figura professionale che lei avrebbe voluto incontrare, in quegli anni bui di incertezza e di nuovi inizi.

Figo, penso: quindi anche io se voglio posso chiederle di fare un’esperienza di digital coaching?

Si, certo, ho detto una fesseria ma davvero questa idea di allenare le persone in primis a vedersi e a sapersi, prima ancora che vadano in giro per il mondo a raccontarsi con mille mila strumenti digitali, mi incuriosisce.

Ho finito il caffè e forse anche la mia capacità di tenere a freno la mente.

Inizio a scalpitare, vorrei chiederle cose e al tempo stesso comprendo che è sufficiente quello che ci siamo scambiate, che posso stare con tutto ciò che è accaduto senza bisogno di aggiungere altro.

Il resto lo dirà il tempo, forse l’esperienza: imparerò a darmi il tempo per capirlo.

Chiudo la porta: adesso Fravola è online, evviva!