“Nella profondità dell’inverno, ho imparato alla fine che dentro di me c’è un’estate invincibile.”

Albert Camus

Dovessi dire quante volte ho letto questa frase, non lo saprei ma sparerei un numero alto perché, specie negli ultimi tempi, di occasioni ne ho avute moltissime ma poche per comprenderla a fondo, sentendola. In effetti queste parole hanno rappresentato per me una specie di mantra, un rosario da snocciolare sussurrando da sotto le coperte, quasi a voler cercare rifugio e conforto ma senza avvertirlo dentro di me.

Adesso è diverso.

Proprio vero: il tempo fa miracoli, restituisce il mal tolto, è in grado di insegnare e di indicare la via a patto che si sia disposti ad accettarla senza giudizio, senza la presunzione di imporre la nostra direzione ma con la predisposizione ad accogliere e a trovare in quanto accade la propria “comodità interna”. Io adesso mi sento proprio così, perché dentro di me, finalmente, c’è un’estate invincibile. E’ come se  stessi lentamente (mica tanto) realizzando che davvero tutto ciò che mi occorre vive dentro di me e che vi posso fare ricorso in ogni momento e l’averlo scoperto, l’averne fatto l’esperienza, l’aver compreso che le risposte vivono dentro di me che sono capace di trovarle, non mi fa avere paura del domani. Si, avete capito bene: io non riesco ad avere paura del cambiamento che mi aspetta. Non riesco a non avere fiducia, a non essere profondamente e intimamente fiduciosa, non so essere triste e preoccupata: no, riesco solo a essere felice della donna  che sono, dell’esperienza fin qui fatta, delle molte persone incontrate che spesso sono di diritto entrate a a fare parte della mia “famiglia allargata”, di tutti questi 18 anni di vita elbana a servizio di un progetto per me significativo, emozionante, vero.

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Penso che viviamo in un mondo di false certezze e che la vera fatica la facciamo quando ci intestardiamo a seguire modelli esistenziali che non ci appartengono, perché non sono in sintonia con la natura delle cose. Credo che la vera difficoltà sia quella di vivere tenendo a tutti i costi, imponendosi una stanzialità emotiva e professionale che di fatto non necessariamente ci appartiene, perché siamo nati nomadi e questo nomadismo interiore vive in noi, ci chiama, ci risveglia un antico sentire.

Quando racconto alle persone che questa è per me l’ultima stagione di lavoro e di vita all’Hotel Cernia, ho spesso l’impressione di doverle tranquillizzare perché si affrettano a chiedermi cosa farò, dove vivrò, se ho progetti futuri. In realtà io non vivo questo timore, non sono proiettata nel pre-occuparmente, bensì nell’assaporare (festeggiandolo) ogni singolo giorno che ancora vivo a Sant’Andrea e che mi ricorda la fortuna che ho avuto a lavorare in uno dei luoghi più affascinanti dell’isola, in una realtà che mi ha permesso di crescere, sperimentare, conoscere, cercare strade alternative, compiere passi importanti in direzione della mia realizzazione umana, prima ancora che professionale. Troverei delittuoso trascorrere questi ultimi tempi inquinando il ricordo di un’esperienza importante della mia vita con le mie paure: preferisco continuare a viverla e a goderne per il tempo che mi sarà permesso, salutandola con gratitudine, perché se sono qua è grazie a tutto quello che è stato e, anzi, sono proprio le ferite e i passi falsi che mi hanno consentito di rafforzarmi e di levare lo sguardo al cielo, imparando a conoscere di me aspetti insperati, risorse insospettate, capacità che sono certa mi aiuteranno a volare. Aiutatemi quindi a festeggiare, liberatevi dalla preoccupazione e dai pensieri tristi: siate leggeri, concedetevi lo spazio di un abbraccio insieme a me, perché quanto fin qui abbiamo scritto insieme è una pagina fondamentale della mia esistenza che viaggia con me, ovunque io sia diretta.

Non c’è difficoltà, problema, incognita, scommessa difficile che siano insormontabili, a patto si sia capaci di stare con se stessi, di misurarsi con le proprie risorse, di cercare sguardi nuovi e propositivi sul mondo. Dunque, bando alle chiacchiere e largo ai sorrisi, ché, credetemi, ne abbiamo motivo: siamo solo bravi a dimenticare la  fortuna di vivere ogni giorno, qui, ora.